Nella puntata di oggi parliamo dello sviluppo del linguaggio nel bambino. Partiamo dalla preoccupazione di una ascoltatrice, Claudia, mamma di un mabino di 1 anno e mezzo che si chiede se e quando si deve preoccupare perché il bambino ancora non parla molto.

Ci sono tante tabelle di sviluppo del linguaggio ma non voglio entrare nel dettaglio per un motivo ben specifico. Come sapranno quelli che hanno ascoltato altre puntate del podcast, io non amo queste tabelle. O meglio, ritengo siano utilissime per gli specialisti e i professionisti per avere delle linee guida alle quali fare riferimento. In mano a un genitore, però rischiano di produrre più ansie che altro. Perché per utilizzarle al meglio ci vuole un occhio competente e flessibile e oggettivo, che spesso un genitore non riesce ad avere.

Tabella di sviluppo del linguaggio (indicazioni di massima)

  • 0 anni: pianto;
  • 1 anno (circa): prime parole;
  • 2 anni (circa): prime combinazioni in frasi semplici
  • 3 anni (circa): buon linguaggio di base.

Anche queste però rischiano di creare preoccupazioni. L’importante è partire dal presupposto che il figlio descritto nelle tabelle è un bambino inventato e che in realtà ognuno segue delle linee di sviluppo uniche. Ciononostante è importante essere consapevoli della direzione che lo sviluppo del linguaggio dovrebbe avere nel corso dello sviluppo.

Un autore che cito spesso, Vygotsky, parla del linguaggio come strettamente in interazione con il pensiero. Il linguaggio è lo specchio del pensiero, ma anche il pensiero è specchio del linguaggio. Inoltre, entrambe queste cose si sviluppano in un contesto di relazione e interazione. Il linguaggio è prima di tutto comunicazione e si sviluppa tra le persone.

Allora voglio proporre, più che una tabella, una sequenza dello sviluppo comunicativo che si articola in 7 fasi. È una guida di massima per il genitore per capire e agire nel modo corretto per facilitare lo sviluppo naturale del linguaggio.

Lo sviluppo comunicativo

  1. Prima fase: il bambino AGISCE. Piange, vocalizza, fa smorfie, si muove ecc
  2. Seconda fase: EFFETTO COMUNICATIVO. Il genitore reagisce al comportamento del bambino. In questo modo il bambino pian piano acquisisce il senso che le sue azioni provocano delle reazioni.
  3. Terza fase: COMUNICAZIONE PRE INTENZIONALE. I comportamenti del bambino diventano progressivamente più orientati a un obiettivo, più specifici. Guarda una cosa, la indica, prova a chiamarla con un suono.
  4. Quarta fase: INFERENZA COMUNICATIVA. Il genitore cerca di interpretare i comportamenti del bambino e lo aiuta a raggiungere i suoi obiettivi.
  5. Quinta fase: COMUNICAZIONE INTENZIONALE: Il bambino è in grado di attuare sequenze e riconosce l’intenzionalità delle altre persone. Utilizza gli strumenti comunicativi di cui dispone per intervenire e raggiungere i suoi scopi.
  6. Sesta fase: il genitore risponde appropriatamente al bambino ma ALZA IL TIRO. Socllecita la produzione di parole per raggiungere scopi.
  7. Settima fase: COMUNICAZIONE LINGUISTICA. Il bambino inizia a produrre parole, frasi, discorsi ecc.

È importante creare il contesto, poi i processi biologici faranno il loro corso. Ma cosa fare a creare questo contesto?

4 consigli

  • Usare un linguaggio semplice e che stimoli il bambino a fare di più;
  • Usare tecniche per catturare l’attenzione (oggetti, suoni, canzoni). Attirando la sua attenzione è più semplice creare una interazione.
  • Sincronizzare il proprio linguaggio con quello dle bambino: adeguarsi (è una cosa istintiva) e rispondere col giusto ritmo alle richieste (non immediatamente ma nemmeno dopo diverse ore);
  • Coinvolgersi in “format”. All’interno di contesti definiti con regole e lessico chiaro è più facile apprendere la lingua. Ad esempio giochi con regole semplici per favorire l’interazione e il lessico “contestuale” (il supermercato, lo sport ecc).

Quando mi devo preoccupare?

Se il bambino a due anni compiuti ha ancora un lessico molto povero (meno di 50 parole) o a due anni e mezzo ancora non crea combinazioni di parole rivolgersi al pediatra o a uno specialista per una valutazione più accurata, per capire se c’è un problema o è il naturale sviluppo di quel particolare bambino.

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