Scarica la puntata

Mi capita spesso, quando lavoro con i genitori, che ad un certo punto arrivi la frase “Beh si comporta così ma lo capisco, era come me quando avevo la sua età”. Si scopre all’improvviso che quel bambino irrequieto è figlio di un genitore altrettanto irrequieto e che quella bambina che scrive male è figlia di una mamma che forse era dislessica ma nessuno l’ha mai diagnosticata.

Ora, che i figli assomiglino ai genitori non ci vuole chissà che laurea per affermarlo, però volevo riflettere insieme a voi su questa cosa per capire i meccanismi che ci sono dietro.

Alcune cause

Un primo indizio è la componente genetica. È ormai risaputo che i geni determinano certe espressioni del comportamento. In altre parole ci sono alcuni tratti comportamentali dei genitori che possono essere ereditati dai figli. Ad esempio una iper-sensibilità a certi stimoli, o una bassa sensibilità (suoni, odori, tatto).

Un secondo indizio che ci permette di capire questa dinamica ce lo da la Teoria dell’Attaccamento. Per chi non lo sapesse, in breve, è una teoria psicologica nata dagli studi dello psicanalista inglese John Bowlby. Questa teoria sottolinea due cose principalmente: la prima è che il bambino si da piccolo ricerca la sicurezza e sulla base dell’interazione tra questa sua spinta e la risposta dell’ambiente (cioè dei genitori) si costruisce un modella di relazione tra se e il mondo. La seconda è che questo modello ce lo si porta dietro anche per tutta la vita.

Questa posizione è simile ad altre teorie, ad esempio alla teoria dei complessi di Jung, in particolare rispetto al Complesso Materno. Sulla base della reazione percepita dal bambino (non per forza reale) da parte delle cure materne (non per forza della mamma, “materno” in senso lato: la cura, la protezione ecc) si struttura un “complesso”, cioè un modo di funzionare inconscio che ci porta a comportarci in un certo modo.

Qualsiasi sia la teoria il succo è lo stesso: l’ambiente in cui sei cresciuto determina in parte il modo in cui percepisci te stesso e l’ambiente. Quindi ad esempio, se è poco affettivo, le emozioni sono viste come qualcosa da cui allontanarsi e vergognarsi, il bambino costruirà un modello di relazione che terrà lontane le emozioni. Ecc

In questo senso la frase “mio figlio assomiglia a me da piccolo” ha una descrizione tecnica: si chiama trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento. Cioè il mio modello di attaccamento che viene trasmesso, come se fosse una eredità, al figlio.

In che modo? Beh se io sono un genitore ansioso, figlio di genitori ansiosi, è possibile che il clima che costruirò a casa sarà in linea con quello che è il mio modello che è per me la normalità. In questo modo si crea un contesto che tende a ripetere i modelli quasi all’infinito.

Fermi tutti, non è così semplice. Chiaramente molto dipende dal modello (o complesso) del partner, che influenzerà l’ambiente in cui crescerà il bambino. Inoltre non sempre i modelli tendono a ripetersi uguale, ma a volte ci sono delle combinazioni: ad esempio un genitore invadente, o violento, può spingere un figlio a proteggersi e costruire un modello che mette più distanza.

Tutto sommato però l ricerche indicano che in una percentuale che va dal 70 all’85% c’è un legame diretto tra i modelli dei genitori e quelli che figli.

Questi due meccanismi sono abbastanza “meccanici”. Non è tutto qui però. c’è un altro meccanismo, psichico, che può influenzare questo giudizio e sul quale è importantissimo riflettere e si chiama “proiezione”.

Proiezione

La proiezione è un funzionamento naturale della nostra mente. A volte serve a proteggerci da qualcosa che ci potrebbe ferire, altre volte ci aiuta a conoscere qualcosa di nuovo di noi stessi.

Nella pratica si evidenzia come un “giudizio erroneo”. Ad esempio penso che quella persona sia fastidiosa perché ha un certo atteggiamento. E inizialmente è così. Ad un certo punto però mi accorgo che non è così fastidiosa, che il suo atteggiamento non è quello e che forse ci ho visto io delle cose che in realtà non c’erano. Il passo successivo è rendersi conto che oltre ad essermi sbagliato in realtà quel tratto che mi infastidiva è anche mio ma mi da fastidio ammetterlo ed è più facile buttarlo fuori, “proiettandolo” su quella persona che per qualche motivo è un buon “gancio” dove appendere quella cosa.

Capite bene che questo meccanismo può essere davvero distruttivo a volte. Se io non ho la forza di fare un esame personale e riconoscere questo meccanismo in azione si possono rovinare relazioni, litigare o addirittura scatenare guerre!

Tornando al nostro discorso iniziale, possiamo vedere che la frase “mio figlio è come me da piccolo” assume tutta un’altra sfumatura. Il rischio è che io veda in mio figlio qualcosa di mio, che magari non ho mai risolto o non ho mai accettato e che questa cosa influenzi il mio comportamento, la relazione e anche la costruzione dell’identità del bambino.

Se ad esempio io da piccolo andavo male a scuola, soffrivo questa cosa e sentivo anche la pressione dei miei genitori, il rischio è che al minimo accenno di difficoltà di mio figlio io riveda in lui il bambino ferito che c’è ancora in me, nella mia memoria e che non riesca a vedere “realmente” mio figlio e le sue difficoltà.

Allora mi potrei ritrovare a agire per provare a aiutare non mio figlio, ma il bambino che c’è in me, non riuscendoci e rischiando di essere doppiamente frustrato e, nel peggiore dei casi, rovesciando la frustrazione nella relazione. Magari ripetendo proprio quei comportamenti che anche io da piccolo subivo e mi facevano soffrire.

Cosa potete fare in pratica, da subito?

Innanzi tutto fermarsi a riflettere. Se avete questa percezione, che vostro figlio è come voi, prendetelo come una spia di allarme. Iniziate a riflettere in che cosa vi appare simile e in che cosa invece è diverso, unico. Poi fatevi delle domande.

  • Partirei da “Questa cosa è come me da piccolo o assomiglia a come io ero da piccolo?” Serve per iniziare a differenziare.
  • Poi ci si può chiedere “Questa cosa è positiva o negativa? In ogni caso, lo era per me o lo è anche per mio/a figlio/a?”
  • Il passo successivo è “quali sono le caratteristiche sue e quali quelle che ci vedo io?” E così via, provare sempre a tenere questo doppio sguardo per crearsi un’immagine unica e autentica del figlio.
  • Può essere utile chiedere un parere esterno. Si può partire dal partner, da un amico o chiedere un aiuto a un professionista.

In ogni caso è fondamentale iniziarsi a porsi la domanda per evitare il rischio di fondere l’immagine del proprio figlio con l’immagine del nostro bambino interno e permettere al bambino di essere visto per quello che è, per i suoi bisogni e non secondo i bisogni non soddisfatti del genitore.

Photo by Sai De Silva on Unsplash