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Giovanni Aricò, 25 Mag, 2022

Perché il Parent Training è una figata pazzesca #135

 

“Molti anni dopo, di fronte ai genitori di Federica, lo psicoterapeuta Giovanni Aricò si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui aveva deciso di cambiare lavoro. Giovanni era allora un educatore scolastico a Cusano Milanino, e tornava a casa ogni giorno con la maglietta macchiata di muco e le mani imbrattate di pennarelli. Aveva iniziato a lavorare con i bambini così di recente, che molte cose per lui erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”

 

L’ispirazione di questa puntata mi è arrivata in seguito alla chiacchierata col collega Matteo Neroni, sul suo canale Liberamente.

Matteo mi ha chiesto da dove è nato il mio progetto e, anche se in quel momento ho risposto brevemente, con voi non ne ho ancora parlato.

Ancora oggi quando mi chiedono che lavoro faccio e spiego loro di Crescere Con Tuo Figlio, ci sono due reazioni. La prima è “Ah lavori con i bambini” (“Ehm, no, con i genitori…”) e la seconda è “Ah, e come mai?” (Col tono “Ma eri così un bravo ragazzo, chi te l’ha fatto fare?).

Forse 5-6 anni fa anch’io avrei reagito così.

 

Ma parliamo di Marco e Laura, che sono i genitori di Federica, una bambina di 5 anni curiosa, vivace e determinata. Crea un sacco di problemi a papà e mamma, che fanno davvero fatica a contenerla.

Se fosse solo quello il problema non ci sarebbe stato motivo di contattarmi per iniziare il mio percorso Dalle Urla Agli Abbracci. Ma la cosa che più li spaventava erano le testate contro il muro. Quando Federica si agitava – per rabbia o per troppa felicità – iniziava a sbattere la testa contro la parete o sul pavimento e Marco e Laura erano terrorizzati.

Marco reagiva con rabbia. La prendeva e la tirava via, urlandole di tutto in faccia, nella speranza che la prossima volta si sarebbe ricordata, mentre lo sguardo di Federica lo attraversava come se fosse trasparente.

Laura invece piangeva, soprattutto di notte.

La cosa che più li sconvolgeva era che negli altri momenti della giornata Federica era una bambina piacevole, anche divertente. Poi, improvvisamente, sembrava come posseduta dal demonio.

Quando Marco e Laura mi hanno raccontato la loro storia, la mia mente è tornata a tanti anni fa, quando da educatore dovevo seguire Kevin, un bambino di 6 anni all’ultimo anno di asilo.

Kevin era un anno più grande dei compagni perché sin da subito gli insegnanti e i dottori avevano consigliato di tenerlo un anno in più alla scuola dell’infanzia, per aiutarlo a sviluppare delle capacità che erano carenti.

Era uno dei miei primi casi e mi faceva impazzire. Non voleva entrare in classe, scappava, rompeva tutto. Le maestre mi dicevano che volevano un maschio perché cercavano qualcuno che fosse forte abbastanza per contenerlo, una figura paterna, che lo mettesse un po’ in riga.

Perché? Perché secondo i maestri i genitori non erano in grado di farlo.

Nella mia poca esperienza di allora una cosa era certa: i genitori fanno danni e il mio lavoro è aggiustare questi danni.

Devo dire che ad oggi credo che questa sia ancora un’opinione abbastanza diffusa tra gli addetti ai lavori.

Io ero d’accordo. Anzi vedevo i genitori come un ostacolo. Con i loro errori vanificavano tutto il mio lavoro e quello dei colleghi.

Provavo a “contenerlo”, una parola tecnica per dire “lo tenevo più forte possibile senza fargli male”. Spesso vincevo, perché ero più grosso, ma così non andava bene.

Poi, ad un certo punto SBAM. Testata per terra.

E ora che faccio?

Mi sentivo inadeguato. Sentivo gli occhi delle maestre e degli altri bambini, perché da fuori poteva davvero sembrare che gli stessi facendo male. Ma non era quello il mio intento. Volevo solo che si calmasse per poter fare il mio lavoro di educatore.

Dopo qualche giorno però, arrivai al limite. Chiamai il mio responsabile e gli chiesi di avere un altro caso, ma lui mi rispose che non era possibile.

Iniziai ad avere ansia ogni sera prima di dover vedere Kevin.

Un pomeriggio, dopo l’ennesima giornata difficile, uscito da scuola mi dissi “basta, forse quel lavoro non fa per me”. Entrai in un bar per prendere un caffè e iniziai a cercare su Google cos’altro potevo fare. Aiutare i bambini mi piaceva ma non in quel modo.

Con lo sguardo fisso sul telefono quasi non mi accorsi che c’era Sara, una mia collega psicologa (che faceva l’educatrice) al tavolo a fianco. Le raccontai di Kevin e delle mie difficoltà. Lei mi disse qualcosa che cambiò completamente la mia prospettiva.

Mi disse che forse mi ero fatto tropo influenzare da quello che volevano le maestre. Loro avevano chiesto qualcuno che lo contenesse e tu hai fatto quello che chiedevano. Ma quello era un loro bisogno. Forse Kevin aveva bisogno di altro.

Pensai a quelle parole per tutta la notte.

Il giorno seguente decisi di fare la mia “mossa Kansas city”: tutti si aspettavano l’ennesima lotta (forse anche Kevin) e invece quando iniziò a rifiutarsi di entrare in classe mi sedetti per terra e con la massima calma che riuscivo a trovare (anche se dentro tremavo) gli dissi “mi racconti come mai non vuoi entrare in classe”.

Non se l’aspettava e si fermò. Iniziò a balbettare qualcosa e lo ascoltai. Poi gli dissi “senti, ma se andiamo un attimo nella stanza della psicomotricità che è più tranquilla, così me lo spieghi e poi torniamo qui?”.

Lui accettò.

Andammo e iniziò a correre un po’ in giro, io cercavo sempre di mantenere la calma e stare fermo, seduto. Gli chiedi di nuovo e provò a spiegarmi qualcosa – non ricordo – ma io lo ascoltai e gli dissi che lo capivo. Non era così vero, ma non aveva importanza.

Dopo 10 minuti così mi disse che potevamo andare in classe.

La cosa continuò per 2-3 mesi. Pian piano Kevin iniziò a spiegarmi un po’ meglio le sue motivazioni – spesso erano molto fantasiose – e diminuirono le crisi grosse, ma i problemi c’erano ancora.

A quel punto decisi di condividere le mie scoperte con i genitori di Kevin con delle riunioni.

Con la collaborazione dei genitori, pian piano Kevin migliorò il suo comportamento in modo sensibile.

Perché? Un piccolo cambiamento nel’atteggiamento dei genitori ha un impatto che è 100 volte superiore a quello che posso avere io vedendo i bambini poche ore a settimana.

Quando un genitore capisce e mette in pratica certi principi, il cambiamento è decisivo e duraturo.

Lì ho capito che effettivamente dovevo cambiare lavoro: dovevo smettere di lavorare con i bambini e iniziare a lavorare con i genitori, perché sono loro la variabile che ha l’impatto maggiore.

Siamo ormai abituati a pensare che i genitori abbiano un’influenza negativa su di noi. La realtà è che i genitori hanno un’influenza grande, ma noi siamo abituati a vederla solo al negativo e sottovalutare quella positiva.

Da quel giorno decisi che il mio lavoro doveva essere promuovere questo impatto positivo dei genitori sui figli.

 

Oggi, di fronte a Marco e Laura, mi rendo conto della fortuna che ho a poter condividere con loro quello che io ci ho messo anni a capire, e tanti altri Kevin che hanno messo alla prova me e le mie teorie studiate sui libri.

Insieme abbiamo lavorato su questi punti e nel giro di 2-3 incontri le testate di Federica sono scomparse.

2-3 settimane, dopo anni di agitazione e preoccupazione.

Mentre me lo raccontavano avevano gli occhi lucidi e lo stupore nei volti di Marco e Laura era evidente.

Per questo ho deciso di dedicarmi sempre più al Parent Training.

Per riuscire ad avere questo impatto che da educatore – a volte anche da psicoterapeuta – non sempre è possibile avere. Per questo penso che lavorare con i genitori sia una figata pazzesca.

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Giovanni Aricò

Giovanni Aricò

Sono Psicologo e Psicoterapeuta e nel 2011 ho iniziato a lavorare con i bambini e gli adolescenti. Oggi aiuto i loro genitori a trasformare le urla in abbracci.

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