Oggi parliamo di preadolescenza con l’aiuto di Alessia, una ascoltatrice del podcast che mi scrive:

Con mio figlio grande (11 anni) stiamo affrontando la fase del “ce l’avete tutti con me”, “ogni cosa che succede in questa casa è colpa mia”, “te ne freghi di me” specialmente dopo un rimprovero per il mancato studio e per il divieto di giocare troppo alla play… Vorrei fargli capire che questo mio modo di rimproverarlo o di dire NO non è un fregarsene ma è tutto il contrario.…

Cos’è la preadolescenza

La preadolescenza (10-14 anni) è stata definita la fase delle “grandi trasformazioni”, delle “grandi migrazioni” o “l’età del cambiamento”. Una metafora che mi piace molto è quella del “guscio che si rompe”: i ragazzi in questa fase passano da un’età di protezione a una di maggiore esplorazione ma, come un pulcino che ha appena rotto il guscio, non sono ancora pronti per affrontare il mondo là fuori.

I genitori sono confusi, perché questi esseri non sono più bambini ma nemmeno adolescenti, sono instabili e non è facile comunicare con loro. Il preadolescente può passare da un momento in cui reclama di essere lasciato solo a una in cui chiede attenzioni extra, e poi rimprovera i genitori di non stare al passo con i suoi cambiamenti.

Di solito i preadolescenti attraversano tre fasi di interessi: prima si concentrano su giochi e videogiochi; poi passano a essere interessati dell’amicizia e dei pari; infine a loro stessi. Oltre a questo i preadolescenti vengono investiti da profondi cambiamenti in moltissimi e importantissimi aspetti della sua vita:

  • dal corpo infantile al corpo adulto;
  • dalla famiglia come punto di riferimento ai pari;
  • il pensiero che diventa meno concreto e più astratto;
  • dall’appartentenza scolastica al senso critico verso la scuola;
  • da una appartenenza culturale o religiosa legata alla comunità a una ricerca più personale.

Insomma, è proprio una fase di grande instabilità e per un genitore gestire un figlio in questa fase può trasformarsi in un incubo. Proviamo ora a riflettere insieme su alcuni aspetti per capire cosa sia meglio fare.

Cosa succede?

Erroneamente molti archiviano la questione descrivendola come una “esplosione di ormoni”. In realtà non è vero e secondo le ultime ricerche questi aspetti della preadolescenza sono legati a al tipo di relazione che l’ambiente instaura con questi ragazzi, dal modo in cui vengono trattati dagli adulti e dalle aspettative nei loro confronti.

È importante riconoscere questo punto di partenza e la specificità di questa fase, per evitare di trattare questi ragazzi ancora come dei bambini oppure spingerli a forza verso una adolescenza anticipata.

I preadolescenti hanno bisogno di costruire una profonda fiducia in se stessi in modo da poter far fronte alle nuove situazioni che incontreranno.

In che modo? È importante dar loro fiducia e ciò è possibile solo se si permette di affrontare i rischi e si riconosce il valore della loro intuizione e valutazione, anche se è ancora necessario fornire loro strumenti e informazioni per muoversi nel mondo.

Nell’esempio di Alessia, cosa succede? Il ragazzo crea una situazione conflittuale (es non faccio i compiti e gioco tutto il tempo) per mettere alla prova la mamma. Come se quel comportamento stesse dicendo “Vediamo se sai gestire questa situazione”. Inizia a lamentarsi e dire “non ti fidi di me, ce l’hai con me, è colpa mia, te ne freghi ecc” e al tempo stesso comportarsi in modo da non poter ottenere fiducia. Il ragazzo è quindi in una posizione che potremmo chiamare del “povero me” o “io non sono ok”. Questo è un momento critico perché ponendosi in questa posizione stimola nel genitore una reazione che richiama il cosiddetto “triangolo drammatico di Karpman”: salvatore, vittima e carnefice.

  • Il genitore rischia di diventare il salvatore: il bambino resta poverino e io gli faccio i compiti;
  • Carnefice: ti punisco e ti tolgo la playstation fino al 2032;
  • oppure vittima di un figlio che fa quello che gli pare e che tiranneggia in casa. Questa cosa è assolutamente da evitare

Cosa fare

Cioè che conviene fare è quindi cercare di esercitare un controllo limitato. Cercare cioè di evitare di rinforzare i comportamenti irresponsabili, aiutarli a riflettere e confrontarsi con le loro decisioni e permettere loro di sperimentare le conseguenze delle proprie azioni. Spingere il figlio o la figlia a scoprire quali sono i suoi reali bisogni e a trovare modi adeguati per soddisfarli e nel caso agissero senza aver ben riflettuto, è importante che sperimentino le conseguenze.

In sostanza, Alessia, potresti provare a chiedere “Come ti sei organizzato per il pomeriggio?” dargli dei limi temporali “alle 8 ceniamo, quindi se devi fare dei compiti ma vuoi anche giocare cerca di organizzarti il tempo”, insomma dare fiducia alla sua valutazione. Se dovesse rimanere tutto il giorno attaccato e non studiare, vorrà dire che probabilmente prenderà dei brutti voti e allora lì potrai intervenire per farlo riflettere, aiutarlo a scoprire i suoi valori, quello che gli piace e come poterlo raggiungere.

Questo può mettere un po’ di ansia perché ci si apre alla possibilità che il ragazzino non faccia quello che ci aspettiamo. Cosa che farebbe lo stesso se gli togliessi la Play. Però così secondo me c’è più respiro nella relazione e il genitore ha più strumenti a disposizione. Il messaggio di fiducia è un investimento a lungo termine che prima o poi frutterà tantissimo.

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